Moda, vestirsi di rosa è d'obbligo: scoprilo con i nostri consigli

(Chiara Ferragni - LANCEL)  MILANO - Vestirsi di colore rosa è d'obbligo . Il motivo è presto detto : il colore più delicato di se...

martedì 7 aprile 2020

Moda, vestirsi di rosa è d'obbligo: scoprilo con i nostri consigli

(Chiara Ferragni - LANCEL) 

MILANO - Vestirsi di colore rosa è d'obbligo . Il motivo è presto detto : il colore più delicato di sempre è in realtà la nuance più forte della stagione . Perché è un super trend sulle passerelle ed è il colore che dona quella giusta dose di energia e femminilità ad ogni look . E poi è chic, sofisticato e charmant e si presta a tantissime declinazioni e abbinamenti . Anticonformista su cappotti e tailleur, perfetto per abiti bon ton, si osa anche sugli accessori e in total look . Le sfumature di rosa di tendenza per questa stagione sono pressoché infinite.

Gli stilisti hanno rubato dalla natura le palette più belle e sofisticate . Il perfect pink proposto da Lancel nella collezione Primavera/Estate 2020 è delicato e romantico, un rosa pastello elegante e sofisticato . Interpretato dalla raffinata Veronica Ferraro che abbina uno dei modelli icona della maison, NINON, ad un completo oversize taglio maschile che si contrappone al crop top bianco in perfetto stile ’80.

Il celeste, in tutte le sue tonalità dall'azzurro al polvere, è senza dubbio uno dei colori dell'estate 2020. Si tratta di una tonalità elegante e delicata, vistosa ma non estrema, perfetta sia per look da giorno e più casual che per outfit serali. Rassicurante, calmante, delicato, l'azzurro polvere mantiene le sue proprietà rasserenanti anche quando tinteggia capi d'abbigliamento sporty-couture, chemisier vedo-non-vedo o (eco)pellicce voluminose. Le icon dello streetstyle lo hanno riscoperto durante le ultime fashion week ed eletto colore di tendenza per il passaggio inverno/estate. Interprete perfetta di questa nuance e dello storico marchio Lancel, la fashion icon Chiara Ferragni sceglie lo storico modello NINON nella variante Cloud Blue da abbinare ad un total look sviluppato tutto sui toni dell’azzurro per un effetto assolutamente WOW.

Rouge È un best -seller, un classico, eppure resta uno degli elementi più provocanti della moda : stiamo parlando del colore rosso . Intenso, vivace e sgargiante, ancora una volta il rosso scala la classifica dei colori di tendenza fino a confermarsi un must della palette cromatica della primavera/estate 2020 . In tutte le sue gradazioni! Dal bordeaux al porpora, dallo scarlatto al ciliegia : il red passion esplode in tutta la sua positività sui capi e sugli accessori di stagione.

Il rosso è un colore che per molte è considerato non facile da indossare . Mai luogo comune fu più sbagliato, perché il rosso oltre ad essere un colore che fa sentire immediatamente piene di energia e sicure di sé, è anche molto versatile . Dal rossetto al total look, a seconda dalla propria personalità e dalla propria attitude ad osare ed apparire, il rosso dona ad ogni outfit un touch assolutamente unico ed iper - femminile . Premier Flirt il modello icona di casa Lancel nella sua varante rouge acquista ancora più fascino . Perfetto per sdrammatizzare look più formali e office style dove prevalgono i colori neutri, ma anche abbinata a jeans e sneakers per un tocco di eleganza classica ma sempre unica .

lunedì 6 aprile 2020

Moda: #iorestoacasa, i consigli della maison pugliese Matilde Di Pumpo



I nostri armadi scoppiano, ma una soluzione per far riemergere dal dimenticatoio i nostri abiti facendoli rivivere è quella di reinventarli. Anche senza "avere la stoffa", ma con piccole e semplici tecniche di taglio e cucito, dai punti base alle piccole riparazioni, fino alle istruzioni per realizzare in autonomia abiti e accessori fai-da-te o per dare nuova vita ai vestiti vecchi con progetti di upcycling.

Matilde Di Pumpo, founder e direttore creativo della maison pugliese LOÏS invita a riappropriarci del "saper fare" e a rinnovare l'armadio risparmiando. Ci guida in un percorso semplice per diventare “stilisti di se stessi”. Ora il tempo non ci manca ed è proprio questo forse il momento giusto per riprendere passioni magari lasciate da parte o approfondirne di nuove.

Perchè la moda la possiamo fare anche da soli. Cosa ci serve? La materia prima e una buona dose di ispirazione e creatività. Con questi strumenti possiamo immaginare una nuova vita per i nostri abiti. Possiamo ricreare o creare ex novo. Assemblando, tagliando, separando e riunendo, usando lavaggi per ottenere finissaggi ed effetti tie dye. Ogni singolo pezzo di stoffa, ha mille vite e altrettanti utilizzi.

Matilde Di Pumpo consiglia di partire da un capo che ci sta grande oppure un capo della mamma vintage. Prima di pensare al colore possiamo immaginare la forma, stringere la vita nel caso di un abito o eliminare le maniche per ricreare le spalline a palloncino tanto ricercate nell'ultimo periodo. Possiamo realizzare un jeans tutto nuovo candeggiando il vecchio, il risultato sarà entusiasmante perchè nel candeggiare rimane la sorpresa cioè il colore finale. Oppure tante volte capita di avere nell'armadio maglioncini con ricami di pietre o applicazioni diverse. Si possono staccare e riutilizzare applicandole sui nuovi capi.

Insomma da una vecchia maglietta o da un jeans scaturiscono nuove forme. Qualche idea la possiamo prendere in prestito anche dal guardaroba maschile, rubando una sua vecchia camicia o cravatta. E poi l’upcycling aiuta il pianeta e rispetta l’ambiente. Una moda insomma attenta al risparmio e ai consumi che affronta il disagio contingente adoperandosi per ottimizzando le nostre risorse casalinghe.

Perché la fatidica domanda "che cosa mi metto?" non riguarda solo l'estetica, ma anche e soprattutto l'etica e l’economia.

lunedì 16 marzo 2020

Moda: arrivano le mascherine fashion, ma altamente protettive


MILANO. La moda esorcizza la grande paura del Covid-19 a colpi di invenzioni, funzionali e possibilmente glamour. Lo si è visto alla Fashion Week dello scorso febbraio, a Milano.
E a Parigi, la scorsa settimana, ha fatto notizia la collezione della designer Marine Serre, che ha mandato in passerella maschere integrali o quasi con materiali traspiranti, hi-tech, che arriveranno sul mercato a giorni.

Ma Como, patria della seta, non resta indietro, proponendo una mascherina in seta con speciali filtri.
"Fashion e protettiva" come spiega la creativa Monica Gabetta Tosetti, neurochirurgo e medico estetico, oltre che fashion blogger e stilista per il negozio di famiglia.
"Ho pensato di ottimizzare la piacevolezza dell’accessorio con una funzionalità apprezzabile. La mascherina, in seta, è dotata di elastico che può essere regolato e contiene una tasca dove collocare il filtro" spiega la dottoressa Gabetta, esperta di moda e bellezza a 360 gradi.
Fatta nello specifico di carta-tessuta, trattata con sanificante chirurgico contro batteri e virus (lo stesso che viene utilizzato in sala operatoria), il filtro "si infila nella tasca ed è attivo per 72 ore di utilizzo".

Al di là dell’appeal estetico, quali vantaggi fornisce rispetto alle tradizionali mascherine?
"È più protettiva di circa un 25-30%" continua la dottoressa. Naturalmente, anche in questo caso il presidio protettivo copre bocca e naso, non gli occhi "che restano non protetti".
Realizzata finora in alcuni esemplari, in seta nera, e pronto ad adattarsi ai gusti della clientela, l’accessorio è pronto per essere proposto on line, considerato anche il riscontro positivo tra i follower di Monica Gabetta Tosetti, fashion influencer molto popolare in Instagram.

lunedì 2 marzo 2020

Milano moda donna: gli anni '80 di Maison Manuele Canu

MILANO. Manuele Canu ha presentato a stampa e buyer la nuova collezione per il prossimo inverno. In passerella il brand da raccontato la sua sofisticata eleganza unendola con gli elementi iconici degli anni '80.

Ecco che le nuance pastello sono accostate alle fantasie e ai colori metallici, caratteristici di quegli anni. Tonalità morbide come l’avorio si mescolano a Paillettes e borchie, in un gioco creato con volumi variegati e pellami ricercati.

Un incontro di sensazioni che vogliono ricordare la leggerezza e la libertà di quel decennio, creando un pot-pourri sospeso tra il tocco rock e quella nota romantica di elementi desueti come le farfalle.

Gli anni '80, conosciuti per i suoi eccessi e stravaganze, è anche un decennio che racconta un’idea di lusso molto precisa; dettaglio perfetto nel quale la Maison Manuele Canu si riconosce: materiali pregiati, tessuti unici ed esclusivi, che anche in questa occasione vanno ad impreziosire e comporre la collezione.

Ecco che la donna, in quel periodo, conquista ulteriore indipendenza, raggiunge traguardi importanti nel lavoro, nella vita; una femminilità che riesce a identificarsi in una personalità forte, allo stesso tempo, anche in uno stile sobrio di donna in carriera, il tutto sempre molto personale.

Una doppia anima che racconta diverse tipologie di donne: uniche, forti, consapevoli che sposano e diventano il DNA stesso di Maison Manuele Canu.  

martedì 25 febbraio 2020

Il volo del canarino di Franco Casadidio



Lo scrittore ternano Franco Casadidio presenta “Il volo del canarino”, la drammatica storia di due ragazzi tedeschi nella Germania a cavallo tra le due guerre mondiali. Jürgen è un giovane di pura razza ariana mentre Sara è un’ebrea da parte di madre, e tanto basta per separarli e condannare il loro amore all’oblio. L’autore racconta con precisione storiografica e delicata partecipazione dell’ascesa di Hitler e del partito nazista, che ha segnato non solo il destino dei due protagonisti ma di milioni di persone. Per non dimenticare mai, e per fare in modo che la memoria sia di monito per non ripetere gli stessi folli errori.

Il volo del canarino di Franco Casadidio è un romanzo intenso e coinvolgente, uno spaccato della nostra Storia che mai nessuno potrà dimenticare. Una Storia definita da Elsa Morante “uno scandalo che dura da diecimila anni” - come ricorda una delle citazioni in apertura dell’opera - una Storia raccontata nelle sue ingiustizie, nelle sue prevaricazioni ma anche nelle sue testimonianze di estremo coraggio. L’autore presenta una ricostruzione fedele e accurata della Germania di fine Prima Guerra Mondiale e soprattutto dell’ascesa e della caduta del nazismo; ed è così che si mostra il momento in cui il giovane caporale Hitler iniziò il suo percorso di odio quando ricevette un compito di spionaggio, e “…quell’incarico, all’apparenza così banale, avrebbe cambiato la sua vita e quella di milioni di persone in tutto il mondo”, ed è così che viene descritto il dialogo tra ufficiali nazisti che portò all’idea delle camere a gas, un dialogo agghiacciante, disumano, la cui chiusura fa ancora più rabbrividire quando uno di loro esprime dubbi sulla moralità del progetto e il dottor Kritzinger freddamente risponde: “Lei crede che esista ancora un senso della morale in questo Paese?”. Nonostante quest’attenta cura nel presentare le fonti storiche, l’autore non rinuncia mai al piacere di una narrazione che indaghi i moti dell’anima di personaggi colti in un momento di profondo dolore. Due in particolare sono i protagonisti di questa vicenda che si allarga ad abbracciare il destino di un intero popolo: Jürgen Von Schotze, un giovane di buona famiglia e di pura razza ariana, e Sara Funke, figlia di un’ebrea, una “mista di primo grado”. Mentre la Storia scorre davanti agli occhi del lettore - quella dei vincitori che poi diventano perdenti e quella dei perdenti che poi non diventano vincitori ma sopravvissuti - si intersecano le storie private dei due giovani, che inevitabilmente si scontrano con una realtà che di lì a poco avrebbe cambiato il volto dell’Europa. Un volto rigato di sangue e lacrime, così riconoscibile, cristallizzato in un monito troppe volte inascoltato dalle generazioni successive. Sara e Jürgen diventano testimoni inermi e attori della Storia: l’uno assecondando in un primo momento un potere intollerante e crudele, l’altra subendo quella stessa crudeltà. Il volo del canarino è un racconto lucido di ciò che accadde, ma all’autore non basta rimanere in superficie, e quindi si indaga a fondo nell’animo umano, nelle motivazioni di chi aiutò a compiere atti impietosi e folli, e nella sofferenza di chi vide cancellata ogni umanità nel prossimo e ogni dignità dalla sua persona. Franco Casadidio è un cronista dell’anima dei protagonisti: entra nei loro pensieri, li scandaglia e li restituisce nella loro forza. Jürgen è il cuore di questa narrazione: l’uomo accecato dalla fede la cui coscienza ha la fortuna di risvegliarsi, spingendolo ad agire per il bene comune. Sara è invece l’immagine della resilienza, dell’estrema forza che ha l’essere umano di rialzarsi e combattere nonostante i traumi della vita. E il volo del canarino del titolo, quell’uccellino tanto caro a Sara che per sua bontà tornò a volare tra i suoi simili, deve ricordare a tutti quanto conti la libertà per ogni essere vivente, libertà cancellata in anni oscuri, che minacciano sempre più di tornare.

TRAMA. Il volo del canarino racconta la storia d’amore tra Sara, una ragazza ebrea per parte di madre, e Jürgen, tipico rappresentante della nobiltà tedesca e della razza ariana, ed è ambientata nella Germania della prima metà del secolo scorso, la Germania di Adolf Hitler. La storia tedesca a partire dall’11 novembre 1918 - giorno della firma dell’armistizio che pone fine alla prima guerra mondiale - fa da sfondo alla vicenda umana e sentimentale dei protagonisti, che verranno coinvolti nei drammatici eventi che si verificarono in Germania dopo la sconfitta nella Grande Guerra. Le loro vite saranno profondamente segnate dall’ascesa al potere e dalla politica di Hitler, e in particolare dalle leggi razziali ed antisemite di cui Sara diventerà una delle tante vittime. Jürgen, invece, inizialmente convinto sostenitore delle idee del nazionalsocialismo di Hitler e della necessità della rivincita del popolo tedesco, arriverà, attraverso un difficile percorso interiore fatto di dubbi ed incertezze, ad una decisa e convinta presa di coscienza degli orrori della politica del Reich. Fino all’epifania finale che lo porterà ad un sofferto ripensamento critico delle sue convinzioni e delle sue azioni da colonnello delle S. S. accettando con dignità e autentico desiderio di riscatto di pagare per le sue colpe e per i suoi errori. 

Franco Casadidio è nato a Terni nel 1969. La sua passione per la Germania in generale e per la città di Monaco di Baviera in particolare, l’hanno portato a collaborare dal 2004 con le riviste bavaresi “INTERventi” e “Rinascita Flash”. Pubblica “Quando arriverà la primavera” (goWare, 2015), cinque storie ambientate a Monaco di Baviera, e “L’impronta del diavolo” (Morphema Editrice, 2016), la storia di due giovani fidanzati che, nella Germania della metà degli anni ‘80 alle prese con il terrorismo della RAF, entrano a far parte del gruppo eversivo. Il suo ultimo romanzo è “Il volo del canarino” (Morphema Editrice, 2018).

'Per il tempo che resta', la nuova opera letteraria di Laura Basilico




Oggi nella nostra rubrica dedicata ai libri vogliamo presentarvi la nuova opera letteraria della scrittrice milanese Laura Basilico che pubblica “Per il tempo che resta”, un romanzo distopico ambientato nella Milano contemporanea che racconta in presa diretta l’Italia dello scontento di questi ultimi anni. Una vicenda volutamente provocatoria ed esasperata, spesso politicamente scorretta, con personaggi dei quali sarà di volta in volta quasi inevitabile indossare i panni, tanto si sentiranno vicini al proprio vissuto. Una storia drammatica che contiene in sé il seme della fatalità, e che analizza con pungente realismo la complessità degli esseri umani.

Per il tempo che resta di Laura Basilico si apre su un episodio di terrorismo mai accaduto in Italia, ma purtroppo vicino a una possibile realtà, per raccontare – o meglio sezionare – il comportamento dell’essere umano all’alba di una tragedia che coinvolge la società a cui appartiene. Con ritmo sostenuto e una vocazione alla cronaca secca e tagliente, l’autrice immagina uno scenario drammatico in cui lo stadio Meazza a Milano viene distrutto da una serie di potenti esplosioni. In un evento da fine del mondo seguiamo una dei protagonisti, Sara, intenta a scappare da un disastro di corpi ridotti in brandelli e fumo che brucia i polmoni; la donna si trova su una rampa dello stadio che le ricorda l’imbuto dantesco, e proprio all’inferno viene gettato il lettore, un inferno tanto vicino che si può quasi toccare e annusare. Il romanzo è il resoconto crudo e spietato dei giorni successivi a un attentato terroristico, osservati con gli occhi scaltri di una scrittrice che non è interessata a fare becero sensazionalismo ma vuole invece penetrare nell’anima di uomini e donne immersi nel proprio ego e nella propria autoconservazione. Sara, Dylan, Claudio e Barbara si trovano alle prese con il loro vero Io, che non combacia esattamente con l’idea che avevano di loro stessi. Per il tempo che resta è infatti un romanzo in cui niente è come sembra – a partire dalle possibili motivazioni dei terroristi - e in cui le certezze si sgretolano sotto gli occhi attoniti dei protagonisti tanto quanto lo stadio che poco prima era il luogo in cui sentirsi al sicuro. Laura Basilico mette a nudo l’anima dei suoi personaggi, la espone al giudizio impietoso dei lettori e nel mentre fa riflettere su quanto noi stessi siamo abili a nasconderci, e a non accettare la responsabilità delle nostre azioni. Sara è una donna vigliaccamente in fuga vittima di un assurdo fraintendimento su scala nazionale, Dylan è un uomo che non ha mai davvero afferrato la vita ma se l’è lasciata scorrere tra le dita, Claudio vive in un sottovuoto emozionale in cui non può penetrare neanche un granello di felicità, Barbara – come tutti gli esseri umani– vuole disperatamente fare la differenza. Tante sfaccettature di un’umanità al limite, scossa e percossa, autentica quanto basta da provocare empatia quanto disapprovazione. Sara è il vero cuore di questa storia, una donna piena di contraddizioni colta in un momento di smarrimento: “ho assoluto bisogno di sapere perché tutto se ne va in malora, qual è la mia parte di colpa nel declino”. E proprio di declino si parla in questo romanzo, delle derive di un’umanità che non trova più appigli, e di una società che condanna senza appello, che crocifigge senza prove, con la solerte complicità dei famigerati leoni da tastiera.

TRAMA.
 Milano, aprile 2012. Nel corso del derby in notturna Milan-Inter, una spettatrice si allontana apparentemente senza fretta dallo stadio Meazza. Pochi istanti dopo, una raffica di potentissime esplosioni scuote l’impianto, provocando una carneficina. Come mai la donna è uscita proprio in quel momento? E per andare dove? È parte attiva o a sua volta vittima dell’attentato? In una città scossa e spettrale, a queste domande cercheranno di trovare risposta il marito, l’ex fidanzato e una blogger d’assalto. Impresa non facile, in una vicenda dove niente è come sembra e neppure i terroristi sono quelli che tutti si aspettano.

 Laura Basilico è nata a Milano nel 1967. Nel 2008 pubblica per Robin Edizioni il suo primo romanzo “Come un tuono in cerca di pioggia”. Nel 2013 pubblica per Demian Edizioni “Sotto assedio”, un thriller sotto mentite spoglie incentrato sulle difficoltà professionali e familiari di una giovane madre affetta da una grave forma di depressione post parto. Nel 2016 esce per Edizioni Helicon “Donne che conosco”, una raccolta di racconti al femminile che di rosa hanno pochissimo, vincitrice del Premio “Città di Como” 2016 e seconda classificata al Premio “Lago Gerundo” 2016. “Per il tempo che resta” (Il Seme Bianco, 2019) è il suo ultimo romanzo. 

Vladimiro Bottone pubblica il libro 'Non c'ero mai stato'



Lo scrittore napoletano Vladimiro Bottone presenta “Non c’ero mai stato”, la storia dell’incontro tra Ernesto Aloja, un editor in pensione che ha vissuto una vita a metà dedicandosi alle ambizioni degli altri, e Lena Di Nardo, una ragazza che di vite ne ha vissute tante, e ha un disperato bisogno di raccontarle. Da questo incontro nasce un rapporto tormentato e a tratti ossessivo, nel quale entrambi proveranno a mettersi a nudo, consapevoli di essere giunti a un momento cruciale della loro esistenza. Un’opera intensa e profonda per un autore già molto apprezzato per i suoi romanzi storici pubblicati dalle case editrici Rizzoli e Neri Pozza.

Non c’ero mai stato di Vladimiro Bottone è uno di quei romanzi che attira il lettore nella sua rete fin dalle prime pagine, lo ingabbia in una trama che non offre scampo, e lo lascia infine orfano di una vicenda che lo ha turbato nel profondo. Nell’affascinante cornice di una Napoli disturbante e inquieta, in cui le fiere sono pronte ad azzannare alla gola, si consumano le drammatiche storie di un uomo che si è ormai abituato alla piattezza e schematicità della propria vita, e di una giovane donna che spinge sempre un po' più in là i propri limiti, incurante delle conseguenze. Due anime tanto diverse quanto disperatamente vicine, l’uno lo specchio deformato dell’altra. Ernesto Aloja, editor di cinquantotto anni vissuti senza slanci, vede in Lena Di Nardo ciò che lui non ha mai avuto il coraggio di essere; la giovane donna, un’aspirante scrittrice dall’indole indisciplinata e selvaggia, vede in Ernesto un argine ai suoi tormenti, una via di fuga dai suoi demoni. E per questo motivo chiede all’uomo un aiuto per migliorare il suo manoscritto, disordinato quanto lei. E alla fine l’editing del romanzo di Lena diventa un pretesto per operare un editing delle emozioni di Ernesto; nel rapporto nato come il classico scambio tra maestro e allieva si crea quindi un cortocircuito che li fa diventare a seconda dei casi vittima e carnefice, padre e figlia, Pigmalione e Galatea. Un rapporto all’inizio impari che poi si livella lentamente in un apprendistato reciproco, che li coglie di sorpresa in un momento di forte smarrimento. Non c’ero mai stato è infatti una storia di dolorose rimozioni tornate a galla; è il racconto di vita di due personaggi abili a occultare, a nascondersi tra le pieghe della memoria. Ma il passato torna sempre a tormentare le notti insonni, con il suo carico di dolore, di frustrazioni e di sensi di colpa. Ed è così che la “Macchia” di Ernesto si allarga fino a fagocitare tutto intorno a lui, compresa Lena. E lei a sua volta risveglia i fantasmi di Ernesto con il suo manoscritto, fino a quel momento tenuti a bada con antidepressivi e un sistematico distacco dai sentimenti. E l’acquisto impulsivo di un bloc-notes da parte di Ernesto sembra essere solo l’ennesimo segno che l’inferno va finalmente visitato, con la consapevolezza di poterne uscire solo dopo aver espiato le sue colpe e le sue mancanze. Un’espiazione che passa attraverso la scrittura, quella intima e che spacca le ossa e il cuore, quella che Lena ha utilizzato per lasciare indizi sul suo trauma mai superato. Vladimiro Bottone ci consegna due personaggi profondamente umani perché imperfetti e smarriti, perché immersi nella paura che prova ogni essere umano, quella di non essere abbastanza, di essere sbagliato. E il lettore stesso è lasciato a riflettere sulle sue mancanze, sulle sue zone grigie, sul non detto e il non fatto, nella stessa vana speranza di Ernesto di poter ottenere il perdono, prima o poi. 

TRAMA. Ernesto Aloja è un ex editor: ha passato l’intera vita professionale a correggere i romanzi degli altri, dopo aver rinunciato a scriverne in proprio. Da poco è tornato a Napoli, il luogo dei suoi traumi giovanili. Ernesto ne censura il ricordo con gli psicofarmaci e frequentando, stancamente, due amanti che non gli procureranno mai fastidi. Questa routine è spezzata dall’arrivo di un dattiloscritto. Si tratta di un romanzo chiaramente autobiografico, il racconto di esperienze disordinate e promiscue. D’istinto Ernesto si sbarazzerebbe di un testo che ha la capacità di turbarlo profondamente. Non può evitare, però, di incontrarne l’autrice. Lena Di Nardo è una trentenne magnetica e disturbante. Una giovane donna che vive nell’hinterland napoletano, dove condivide l’esistenza precaria e senza prospettive della propria generazione. Ernesto, che ha sempre seguito la nascita di romanzi, stavolta ha l’impulso di far sbocciare una romanziera. Hanno così inizio i loro incontri settimanali, nella casa panoramica dove l’editor abita solo. Quello di Ernesto e Lena si rivelerà, da subito, come un apprendistato reciproco: di Lena alle tecniche della scrittura, di Ernesto a un mondo per lui inedito. Sia con le proprie pagine, sia facendosi accompagnare nelle sue scorribande notturne, Lena conduce l’editor in un mondo per lui estraneo. Un mondo dove la fa da padrona la sessualità usa-e-getta dei coetanei di Lena, consumata durante notti in discoteca a base di alcol, sostanze e indifferenza per il senso del limite che ha improntato tutta la vita di Aloja. La destabilizzazione psicologica dell’editor, poi, è accentuata da strani episodi di cui la sua allieva è vittima. Alcuni pedinamenti; lo speronamento notturno dell’auto di Lena; un diverbio di lei con una misteriosa ragazza nel parcheggio della discoteca; alcune aggressioni verbali sul suo profilo Facebook. Il tutto mentre le notti di Aloja iniziano a venire disturbate da uno stillicidio di telefonate anonime. Troppo tardi Ernesto ha la sensazione di essersi avventurato in territori dove non era mai stato. Territori che riguardano il passato di Lena, ma anche quello personale dell’editor.
Al fondo di questa discesa agli Inferi, una doppia rivelazione, spietata come ogni verità rimossa. Ernesto Aloja non potrà che scriverne, finalmente in prima persona.

Vladimiro Bottone (Napoli, 1957) vive e lavora a Torino. Ha pubblicato i romanzi “L’ospite della vita” (BEAT, 1999), selezionato al Premio Strega 2000, “Rebis” (Avagliano Editore, 2002), giunto alla seconda edizione, “Mozart in viaggio per Napoli” (Avagliano Editore, 2003), “Gli immortali” (Neri Pozza, 2008) e la collezione di racconti “La principessa di Atlantide” (Avagliano Editore, 2006). Gli ultimi suoi libri, che formano un dittico storico, sono “Vicaria” (Rizzoli 2015, poi BEAT 2017) e “Il giardino degli inglesi” (Neri Pozza, 2017). Il suo ultimo romanzo è “Non c’ero mai stato” (Neri Pozza, 2020). Collabora a L'Indice dei libri del mese e al Corriere della Sera. Dal 2015 ad oggi pubblica, ogni domenica, un racconto sul Corriere del Mezzogiorno.

Andrea Lutri presenta 'Poesie'


Lo scrittore e avvocato romano Andrea Lutri presenta “Poesie”, una raccolta in versi in cui si dipinge con pennellate dai colori accesi e vibranti un intimo ritratto della natura umana. L’autore guarda all’amore con eguale dose di disincanto ed esaltazione, e non dimentica di osservare la caducità dell’esistenza e di celebrare, seppur con malinconia, il tramonto e la notte della vita umana. Una raccolta poetica semplice e diretta, così come lo è il titolo dell’opera.

Poesie di Andrea Lutri è una raccolta in versi che parla d’amore e di perdita, di vita e di morte, e di tutto ciò che c’è nel mezzo. A volte l’autore si mostra creatura indifesa di fronte all’amore romantico, per poi trasformarsi in un acuto osservatore della sua fine, che analizza con logica e pragmatismo. Lutri narra di amori incandescenti, e alla donna amata dice: “tu non sei il paradiso, sei l’inferno che brucia di passione”; in altri versi espone invece la lucida consapevolezza della non eternità del rapporto amoroso, della pericolosità di un gioco serio dove “il croupier è un baro”. Il tema dell’amore apre la raccolta e mostra la parte in luce di un’opera che non ha timore di svelare anche il lato oscuro dell’esistenza, quello fatto di sofferenza, di vecchiaia e di morte. E se in apertura c’è la vita, la giovinezza e la passione, scorrendo le pagine si scoprono odi alla notte e alla morte, e riflessioni sulla difficoltà del vivere, sugli affanni di un uomo che non riposa mai: “siamo nati per faticare di giorno e pensare di notte. Le menti illuminate si destano sveglie”. Una dissezione dei sentimenti è Poesie, i cui versi sono radicati profondamente nella realtà e nel vivere quotidiano: versi che a volte sono impalpabili e sfuggenti, mentre in altre occasioni sono racconti vividi e concreti; liriche commoventi e introspettive si alternano a poesie in romanesco, dirette e viscerali. Andrea Lutri narra con delicatezza della dignità e insieme della paura con le quali si osserva lo scorrere degli anni sotto i nostri occhi, impreparati alla fine che inevitabilmente arriva per tutti, sempre stupiti di fronte all’incombenza della notte: “troppe volte ho lasciato che il tempo corresse via portando con sé brandelli della mia vita”. La dolcezza della gioventù e la spietatezza della vecchiaia, due fasi fondamentali della vita umana che l’autore sembra paragonare alla guerra, con il suo carico di coraggio e di perdite, di resilienza e di sconfitte, in cui a volte non si riesce a distinguere i vincitori dai vinti. 

TRAMA. Una raccolta di poesie che hanno come filo conduttore tutte le fasi della vita dell’uomo; i versi di Andrea Lutri ne scandagliano ogni momento: la nascita, la crescita, l’amore, la sofferenza e, infine, la morte.

Andrea Lutri è nato a Roma nel 1975. È un avvocato, Presidente dell’Associazione APL (Avvocati Per il Lavoro) e coordinatore editoriale della rivista telematica «Giustizia del Lavoro a Roma e nel Lazio». È coautore del libro “Il Jobs act. Tutte le novità del Governo Renzi in materia di lavoro” (La Tribuna, 2015). Nel 2019 pubblica per la casa editrice Controluna l’opera “Poesie